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Rakhaing

romanzo di viaggio e di vita   


rakhaing

RAKHAING
ISBN - 978-88-6354-173-1

AUTORE: Lorenzo Esse

GENERE Narrativa

EDITORE Arduino Sacco

COLLANA Libri di sabbia

ANNO 2009

PREZZO € 25 incluse spese postali


Due amici che si ritrovano dopo dieci anni passati vivendo in due continenti diversi per un viaggio avventura in una remota provincia della Birmania, il Rakhaing. Pablo, padre di famiglia, amareggiato da una vita normale, pervasa da una mentalità che non offre nulla di più profondo al di fuori della carriera, consumismo e falsa felicità; e Rico, il suo migliore amico, che ha mollato tutto, vent’anni prima, per vivere i suoi sogni di una vita spericolata in Asia; senza schemi, regole e morale. Le rocambolesche avventure del duro viaggio nel medievale Rakhaing si alternano ai lunghi discorsi dei due amici, che vertono su temi difficili come la ricerca della felicità personale, il controllo delle proprie emozioni, i rapporti con gli altri e l’importanza di seguire un cammino personale proprio e non imposto da fattori esterni. Rico tenta, con le sue risposte spesso messe in discussione da Pablo, di abbattere le barriere mentali e morali del suo buon amico, avvalendosi anche di droghe e di esercizi di meditazione, per introdurlo alla sua propria filosofia di vita permeata di concetti buddisti e taoisti. Il viaggio si concluderà in un’ultima notte di piaceri proibiti nei misteriosi bassifondi di Yangon, la capitale di una delle poche dittature militari rimaste al mondo, dove Rico, come ultimo atto, butterà in faccia a Pablo la parte nera del Tao: l’Asia sporca, ingiusta, pericolosa e dove non esiste morale alcuna. Quella che turisti e giornalisti non vedono mai in prima persona. Il libro termina con un exploit a sorpresa che mette in discussione, o completa a seconda del punto di vista del lettore, i concetti emersi in precedenza durante il viaggio...

Note sull’autore
Lorenzo Esse nasce a Trieste nel 1969. Fin da bambino legge molti libri di avventure in Asia e sogna di vivere essendone il protagonista. Assieme ai genitori in un viaggio organizzato, a diciassette anni visita Bangkok, Hong Kong e Bali e rimane affascinato dalla gente e dallo stile di vita asiatico. Ottenuto il diploma di geometra, subito dopo, a ventun’anni, parte per la Thailandia, dove passa cinque mesi studiando on the road la cultura, la lingua, il buddismo e la gente, evitando il più possible le masse di turisti. Inizia così un periodo di sei anni di viaggi invernali in Asia alternati a stagioni estive di lavoro in Italia. È in questi anni di vagabondaggi solitari che Lorenzo sviluppa la sua filosofia di vita, che emerge spesso in “Rakhaing”. Vivere seguendo i propri sogni, conoscere se stessi, seguire un proprio cammino spirituale, vivendo in armonia col mondo, da “spirito libero”, piuttosto che seguire uno stile di vita imposto dalla società o dalla proprie debolezze sono alcuni dei temi ricorrenti nei suoi scritti. Nel 1997 lascia definitivamente l’Italia e dopo un rocambolesco viaggio "overland" da Trieste alla Thailandia durato tre mesi si stabilisce a Bangkok in cerca di un lavoro qualsiasi. Nei successivi dieci anni farà esperienze diversissime di lavoro, imprenditoriali e di vita, continuando a cercare avventure in vari strati sociali e viaggiando quando possibile. Nel 2007, arrivato suo malgrado alle soglie della dirigenza, lascia definitivamente la corporate life per ritornare ad essere se stesso. Intraprende una nuova vita da freelance travel writer, scrivendo in Inglese e in Italiano. Rakhaing è il suo primo libro pubblicato. Ora, all’eta di quarant’anni, Lorenzo Esse è di nuovo libero di fare le due cose che più ama nella vita: vagabondare per le strade polverose dell'Asia; e scriverne.


Estratto dal libro - Cap. 1

Le ultime ore della notte passarono lentissime. Con cadenza quasi regolare, la corriera, soprannominata da Rico "la Freccia del Rakhaing", si fermava ogni quaranta minuti per circa un’ora, per essere messa a posto in maniera rudimentale, senza alcun attrezzo e senza quei basilari pezzi di ricambio che avrebbero potuto risolvere tutti i suoi acciacchi una volta per tutte. Il medesimo scenario si ripeteva ogni volta: si sentivano dei rumoracci di ferraglia provenienti da sotto, il bus rallentava e l’autista spegneva il motore. Rico e Pablo erano i primi a saltare giù dal finestrino e ad andare a vedere che cosa succedeva, seguiti da tutti gli altri passeggeri. Spuntavano i familiari piedacci neri del meccanico, che con un cacciavite, una striscia di gomma e un martello si dava da fare sotto la pancia del bus. Alla fin fine, tali soste forzate davano al viaggio un ritmo tollerabile: un’ora di penitenza all’interno del bus alternata a un’ora di riparazioni, necessaria per riacquistare la sensibilità delle gambe, sgranchire i muscoli, pisciare, fumare e sonnecchiare. Pablo arrotolava le sue cicche e rifletteva in silenzio, mostrando una resistenza inaspettata, mentre Rico non riusciva a stare in piedi dal sonno. 
Verso le tre e mezza, alla settima sosta, superò se stesso: stese la coperta sull’erba a lato della strada e si buttò a dormire, come un barbone. Le risate di Pablo, del meccanico e dei Birmani non lo toccarono minimamente. Alle quattro e quarantasei si fermarono per il terzo controllo passeggeri, a un posto di blocco gestito stavolta dall’esercito. Rico e Pablo scesero come due zombies, avvolti in una nube di sonno e stanchezza, accentuati da quello che c’era nel biscotto magico a intorpidire il sangue. Non erano granchè presentabili, coi capelli sporchi e oleosi, i volti segnati, gli occhi incrostati e gonfi. I Birmani invece sembravano rassegnati, come se si rendessero conto di vivere in un paese del cazzo, che avrebbe potuto diventare come la vicina Thailandia, piena di turisti, di divertimenti e di soldi da fare, se non fosse stato per quei quattro bastardi al potere. Mentre si espletava il rito del controllo dei documenti, Rico fece per stendere la coperta in disparte, sull’erba, ma un signore anziano lo sconsigliò.
"Ha detto che è meglio non ti faccia vedere dai soldati così malmesso, vero? Sei sempre una fattanza, anche qui." lo canzonò Pablo.
"E allora? Dormire non è mica un reato, specialmente dopo otto ore di viaggio di merda." rispose Rico di malumore.
Stese la coperta sull’asfalto, appoggiò la testa sulla ruota anteriore del bus, e crollò addormentato, come se gli avessero dato una botta in testa, davanti a tutti. Pablo avrebbe voluto fargli una foto, ma un passeggero piuttosto agitato gli fece capire gesticolando che non era una buona idea. Sembrava che i Birmani vivessero nel terrore dei militari e avere due imprevedibili stranieri attorno li rendeva ancora più tesi. Pablo non lo sapeva, ma Rico sì: molti anni prima era stato colto in flagrante dalla Polizia in una zona non ancora aperta agli stranieri, assieme a un gruppo di studenti in vacanza. Avevano minacciato di sbattere in galera seduta stante gli studenti, e non lui, se non avesse seguito alla lettera gli ordini del bastardo in divisa. 
"Rico! Rico! Come va, vecchio? Dormi?"
"Che vuoi?" Rico aprì un occhio solo, che mandò un lampo cattivo.
"Dài, piega la coperta. Si riparte. Sono venuti a vederti tutti, e si sono messi a ridere anche i soldati." disse Pablo allegro.
"Figurati quanto li cago." rispose Rico, tirandosi su malamente.
"Però che viaggio, eh? Sai quando parti ma non sai quando, o se, arrivi. Ogni volta che la corriera si guasta è una scommessa ripartire. E questi lo fanno ogni giorno e si ingegnano sempre. Sono grandi." commentò Pablo, pieno di ammirazione per l’autista e il meccanico.
"Già, davvero grandi. Grandi sfigati. Dio, che sonno. Non riesco a tenere gli occhi aperti." si lamentò Rico.
Poco prima dell’alba, quando il fresco si era fatto quasi freddo e il cielo rischiarava impercettibilmente ad Est, passando dal nero pece al blu scuro, il bus si fermò ancora ad un ennesimo posto di blocco. Stranamente nessuno si mosse, ma il bigliettaio gridò a Rico e Pablo di scendere. Pablo si allarmò di colpo. 
"Rico, il tipo ce l’ha con noi. Rico! Reagisci, cazzo! Vedi che cosa vuole da noi." 
Rico si tirò su, scazzatissimo e rintronato da far paura. 
"Vogliono assicurarsi che non siamo due spie o due giornalisti. Andiamo a vedere. Lascia parlare me." e saltò giù dalla sua finestra come un gatto, azzoppandosi malamente alla caviglia ma senza darlo a vedere.
Lo sbirro parlava Inglese correttamente. Fece qualche domanda di prammatica a Rico, che rispose anche per Pablo. Guardò distrattamente i passaporti e augurò loro buon viaggio.
"Controllati dagli sbirri come ai vecchi tempi, eh? Anche qui." commentò Rico con un sorriso tornando verso il bus.
"Certo. E sempre per colpa della tua faccia da tossico. Dovresti guardarti allo specchio, ora, amico mio." ribattè Pablo.
"Io sono bello dentro, nello spirito. E già che ci hanno fatto scendere, faccio anche una pisciata."
"Ma dài, che aspettano solo noi…" disse Pablo, sorridendo al conducente che aspettava impaziente di poter ripartire.
Alle prime luci dell’alba la temperatura si alzò di qualche grado. La notte era finita e con essa la parte peggiore del viaggio. Lo sbirro aveva detto che sarebbero arrivati a Taungok verso le nove di mattina, quindi non mancava ancora molto. 
Pablo potè dare un’occhiata al paesaggio che gli era stato nascosto per tutta la notte. La catena montuosa che separava il Rakhaing dal resto del paese era oramai passata; ora apparivano solo colline basse, ammantate di una coltre di foresta fitta, verdissima, pressochè impenetrabile e probabilmente spopolata. Si vedeva solo un costante groviglio di rovi, liane, alberi, edere e rampicanti di tutti i tipi cresciuti assieme e malamente. Tale muro vegetale, che seguiva fedelmente il lato destro della strada, non era però esotico come si sarebbe aspettato. Stranamente, gli venne da pensare a una zona di sterpaglia urbana dietro a casa sua, vicino ai cancelli del porto: un pezzo di terra lasciato a se stesso, pieno di piante spinose e cespugli, uniti in un groviglio scomposto divenuto impenetrabile, dove qualcuno buttava via vecchie carabattole o i telai dei motorini rubati. Quelli erano i luoghi dove lui e Rico si nascondevano a fumare e a parlare, in quei freddi e squallidi pomeriggi invernali da disoccupati, pieni di rabbia, noia e senza soldi in tasca. Guardò Rico: alla luce del primo sole, sembrava invecchiato di dieci anni.
"Rico, che malmesso che sei." gli disse piano.
"Davvero? In effetti, mi sento uno schifo d’uomo."
"Lo sei. Notte dura, eh?"
"Dura davvero. Ma ormai è passata. L’incubo è finito. Siamo in Rakhaing, ormai. I monti sono finiti, ora corriamo in discesa. Non vedo l’ora di vedere l’oceano. Appena arriviamo a Ngapali, mi voglio buttare in spiaggia, per lavare via col sale la sporcizia di questo viaggio. Ma non senti puzza di gomma bruciata?" disse Rico. 
"Sta bruciando i freni…no, no, è proprio la gomma. È la gomma di là, quella sotto di te. Credo che ora che siamo in discesa, a ogni curva a sinistra il parafango tocchi il copertone. È troppo carico sul retro e quindi tocca. L’attrito la sta bruciando. Che puzza…ehi, quante volte dici che ci siamo fermati stanotte?"
"Sette, otto volte…e se continua così ci fermeremo ancora un volta a cambiare la ruota…sempre che ne abbiano una di scorta." commentò stancamente Rico, tirando fuori dalla tasca il krama e avvolgendoselo attorno al viso. La puzza di gomma fusa stava diventando intollerabile e Pablo lo imitò usando il suo fazzoletto.
"Però, se ci pensi, tutte le pause sono servite a rendere il viaggio sopportabile. Pensa a queste tredici ore di bus con una sosta ogni quattro ore. Avremmo patito molto di più. Ci avrebbero amputato le gambe, oramai atrofizzate." ridacchiò Rico.
"Sì, è vero. I guasti, i posti di blocco, il tipo che riparava tutto a mani nude, senza attrezzi…tutto ha contribuito a renderlo più vivibile."
"Stanotte ogni guasto è stato normale, non un’eccezione o un’imprevisto come pensiamo noi. Ogni volta che questo piccolo bus verde parte per il Rakhaing, si ferma otto, nove volte a causa di questi guasti, che sono una componente essenziale del viaggio stesso. Qui si viaggia così, fermandosi ogni ora per un’ora a mettere a posto gli stessi problemi, che riappaiono costantemente. Lo scopo è sempre stato quello di continuare fino al cedimento successivo, per poi ricominciare daccapo. Ripetendo il tutto, si arriva, prima o poi. L’obiettivo è arrivare, non: a che ora arrivare. Questa è la grande differenza tra un viaggio e un’avventura. Uno è uno spostamento entro linee-guida, magari duro, in posti impervi, ma con orari di partenza e di arrivo, magari laschi, ma sempre presenti a rassicurare la gente. Questo, il nostro, è stato diverso, è un’avv…"
D’improvviso il bus strattonò come se qualcosa lo tenesse agganciato sul retro, tendendosi fino a scricchiolare; poi si raddrizzò e ritornò a scendere con brio per le ultime colline del Rakhaing. Alla curva successiva, si incagliò di nuovo, come se fosse stato preso all’amo sul retro. Pablo e Rico si guardarono l’un l’altro, ammutoliti di colpo. Rico capì: la ruota posteriore destra, proprio sotto di lui, stava frenando l’intero peso del bus in discesa; un nanosecondo dopo sentì uno schianto secco e vide la ruota fumante, ancora attaccata al semiasse, rotolare veloce e quasi parallela al bus verso i cespugli.
"Pablo! Abbiamo perso la ruota!" gridò Rico, scuotendolo per la manica.
Pablo fece appena in tempo a vedere la ruota saltellare a fianco del bus e sparire in un cespuglio di rovi, giù per la collina. Il bus continuò senza rallentare per alcuni secondi, poi iniziò a inclinarsi dolcemente dal lato di Rico.
"Oh, cazzo! Ci capottiamo!" Rico si buttò tutto a sinistra su Pablo, che lo afferrò per un braccio. Si guardarono e attesero, abbracciati come due amanti. Un attimo dopo un fragore di ferraglia esplose simultaneamente alle urla dei passeggeri e il bus si arenò pesantemente graffiando l’asfalto, inclinato paurosamente sul lato destro. La montagna di merci torreggiante alle spalle di Rico e Pablo ondeggiò minacciosamente, i sacchi vacillarono ma tutto restò a posto.
"Rico! Dio bono! Ha perso la ruota! È assurdo! Questo viaggio è tutto un’assurdità! Ah ah ah!" sghignazzò Pablo.
"Scendiamo, dài!" disse Rico saltando giù dalla finestra. Fu il primo ad osservare l’accaduto: il semiasse era troncato a metà e sanguinava un puzzolente olio nero. Rico e Pablo sghignazzavano istericamente, come è normale dopo un grosso spavento. Gli altri passeggeri arrivavano ad ammirare il danno, più incuriositi che allarmati, in quanto non avevano assistito a tutto l’incidente da vicino. O forse perchè succedeva spesso che le corriere perdessero le ruote.
"Non solo l’idiota è riuscito a perdere la ruota, il che è già un gran bel risultato, ma è anche volata giù dalla montagna! Ah ah ah! E ora dovrà andare a cercarla tra le spine! Ah ah ah! Che sfigato!" rideva Rico piegato in due.
"Adesso voglio vedere come risolverà questo problema! Col solito cacciavite e la striscia di gomma?" ribattè Pablo, non meno eccitato.
"Facciamo una foto di questo momento mitico." suggerì Rico, estraendo la sua vecchia Pentax.
"Questa la devo raccontare alla tua mamma e dirle in che posti mi porti e con che autobus del cazzo, che perdono le ruote in corsa. A dire il vero, mi aveva avvisato di stare attento a viaggiare con te."

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Il romanzo e' consigliato ad un pubblico adulto e di mente molto aperta

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