| Due
amici che si ritrovano dopo dieci anni passati vivendo in due
continenti diversi per un viaggio avventura in una remota provincia
della Birmania, il Rakhaing. Pablo, padre di famiglia, amareggiato da
una vita normale, pervasa da una mentalità che non offre
nulla di più profondo al di fuori della carriera, consumismo
e falsa felicità; e Rico, il suo migliore amico, che ha
mollato tutto, vent’anni prima, per vivere i suoi sogni di
una vita spericolata in Asia; senza schemi, regole e morale. Le
rocambolesche avventure del duro viaggio nel medievale Rakhaing si
alternano ai lunghi discorsi dei due amici, che vertono su temi
difficili come la ricerca della felicità personale, il
controllo delle proprie emozioni, i rapporti con gli altri e
l’importanza di seguire un cammino personale proprio e non
imposto da fattori esterni. Rico tenta, con le sue risposte spesso
messe in discussione da Pablo, di abbattere le barriere mentali e
morali del suo buon amico, avvalendosi anche di droghe e di esercizi di
meditazione, per introdurlo alla sua propria filosofia di vita permeata
di concetti buddisti e taoisti. Il viaggio si concluderà in
un’ultima notte di piaceri proibiti nei misteriosi bassifondi
di Yangon, la capitale di una delle poche dittature militari rimaste al
mondo, dove Rico, come ultimo atto, butterà in faccia a
Pablo la parte nera del Tao: l’Asia sporca, ingiusta,
pericolosa e dove non esiste morale alcuna. Quella che turisti e
giornalisti non vedono mai in prima persona. Il libro termina con un
exploit a sorpresa che mette in discussione, o completa a seconda del
punto di vista del lettore, i concetti emersi in precedenza durante il
viaggio...
Note
sull’autore Lorenzo Esse nasce a Trieste nel 1969.
Fin da
bambino legge molti libri di avventure in Asia e sogna di vivere
essendone il
protagonista. Assieme ai genitori in un viaggio organizzato, a
diciassette anni
visita Bangkok, Hong Kong e Bali e rimane affascinato dalla gente e
dallo stile
di vita asiatico. Ottenuto il diploma di geometra, subito dopo, a
ventun’anni,
parte per la Thailandia, dove passa cinque mesi studiando on the road
la
cultura, la lingua, il buddismo e la gente, evitando il più
possible le masse
di turisti. Inizia così un periodo di sei anni di viaggi
invernali in Asia
alternati a stagioni estive di lavoro in Italia. È in questi
anni di
vagabondaggi solitari che Lorenzo sviluppa la sua filosofia di vita,
che emerge
spesso in “Rakhaing”. Vivere seguendo i propri
sogni, conoscere se stessi,
seguire un proprio cammino spirituale, vivendo in armonia col mondo, da
“spirito libero”, piuttosto che seguire uno stile
di vita imposto dalla società
o dalla proprie debolezze sono alcuni dei temi ricorrenti nei suoi
scritti. Nel
1997 lascia definitivamente l’Italia e dopo un rocambolesco
viaggio "overland"
da Trieste alla Thailandia durato tre mesi si stabilisce a Bangkok in
cerca di
un lavoro qualsiasi. Nei successivi dieci anni farà
esperienze diversissime di
lavoro, imprenditoriali e di vita, continuando a cercare avventure in
vari
strati sociali e viaggiando quando possibile. Nel 2007, arrivato suo
malgrado
alle soglie della dirigenza, lascia definitivamente la corporate life
per ritornare ad essere se stesso. Intraprende una nuova vita da
freelance
travel writer, scrivendo in Inglese e in Italiano. Rakhaing
è il suo primo
libro pubblicato. Ora, all’eta di quarant’anni,
Lorenzo Esse è di nuovo libero
di fare le due cose che più ama nella vita: vagabondare per
le strade polverose dell'Asia; e scriverne.
Estratto dal libro -
Cap. 1
Le
ultime ore della notte passarono
lentissime. Con cadenza quasi regolare, la corriera, soprannominata da
Rico
"la Freccia del Rakhaing", si fermava ogni quaranta minuti per circa
un’ora, per essere messa a posto in maniera rudimentale,
senza alcun attrezzo e
senza quei basilari pezzi di ricambio che avrebbero potuto risolvere
tutti i
suoi acciacchi una volta per tutte. Il medesimo scenario si ripeteva
ogni volta:
si sentivano dei rumoracci di ferraglia provenienti da sotto, il bus
rallentava
e l’autista spegneva il motore. Rico e Pablo erano i primi a
saltare giù dal
finestrino e ad andare a vedere che cosa succedeva, seguiti da tutti
gli altri
passeggeri. Spuntavano i familiari piedacci neri del meccanico, che con
un
cacciavite, una striscia di gomma e un martello si dava da fare sotto
la pancia
del bus. Alla fin fine, tali soste forzate davano al viaggio un ritmo
tollerabile: un’ora di penitenza all’interno del
bus alternata a un’ora di riparazioni,
necessaria per riacquistare la sensibilità delle gambe,
sgranchire i muscoli,
pisciare, fumare e sonnecchiare. Pablo arrotolava le sue cicche e
rifletteva in
silenzio, mostrando una resistenza inaspettata, mentre Rico non
riusciva a
stare in piedi dal sonno. Verso le tre e mezza,
alla settima sosta, superò se
stesso: stese la coperta sull’erba a lato della strada e si
buttò a dormire,
come un barbone. Le risate di Pablo, del meccanico e dei Birmani non lo
toccarono minimamente. Alle quattro e quarantasei si fermarono per il
terzo
controllo passeggeri, a un posto di blocco gestito stavolta
dall’esercito. Rico
e Pablo scesero come due zombies, avvolti in una nube di sonno e
stanchezza, accentuati da quello che c’era nel biscotto
magico a intorpidire il
sangue. Non erano granchè presentabili, coi capelli sporchi
e oleosi, i volti
segnati, gli occhi incrostati e gonfi. I Birmani invece sembravano
rassegnati, come se si
rendessero conto di vivere in un paese del cazzo, che avrebbe potuto
diventare
come la vicina Thailandia, piena di turisti, di divertimenti e di soldi
da
fare, se non fosse stato per quei quattro bastardi al potere. Mentre si
espletava il rito del controllo dei documenti, Rico fece per stendere
la
coperta in disparte, sull’erba, ma un signore anziano lo
sconsigliò. "Ha detto che
è meglio non
ti faccia
vedere dai soldati così malmesso, vero? Sei sempre una
fattanza, anche
qui." lo canzonò Pablo. "E allora? Dormire non
è mica un
reato, specialmente dopo otto ore di viaggio di merda."
rispose Rico di malumore. Stese la coperta
sull’asfalto, appoggiò la testa sulla
ruota anteriore del bus, e crollò addormentato, come se gli
avessero dato una
botta in testa, davanti a tutti. Pablo avrebbe voluto fargli una foto,
ma un
passeggero piuttosto agitato gli fece capire gesticolando che non era
una buona
idea. Sembrava che i Birmani vivessero nel terrore dei militari e avere
due
imprevedibili stranieri attorno li rendeva ancora più tesi.
Pablo non lo
sapeva, ma Rico sì: molti anni prima era stato colto in
flagrante dalla Polizia
in una zona non ancora aperta agli stranieri, assieme a un gruppo di
studenti
in vacanza. Avevano minacciato di sbattere in galera seduta stante gli
studenti, e non lui, se non avesse seguito alla lettera gli ordini del
bastardo
in divisa. "Rico! Rico! Come va,
vecchio? Dormi?" "Che vuoi?" Rico
aprì
un occhio solo, che mandò un lampo cattivo. "Dài,
piega la coperta. Si
riparte. Sono venuti a vederti tutti, e si sono messi a ridere anche i
soldati."
disse Pablo allegro. "Figurati quanto li
cago." rispose Rico, tirandosi su malamente. "Però
che viaggio, eh? Sai
quando parti ma non sai quando, o se, arrivi. Ogni volta che la
corriera si
guasta è una scommessa ripartire. E questi lo fanno ogni
giorno e si ingegnano
sempre. Sono grandi." commentò Pablo, pieno di ammirazione
per l’autista e
il meccanico. "Già, davvero
grandi.
Grandi sfigati. Dio, che sonno. Non riesco a tenere gli occhi aperti."
si
lamentò Rico. Poco prima
dell’alba,
quando il
fresco si era fatto quasi freddo e il cielo rischiarava
impercettibilmente ad
Est, passando dal nero pece al blu scuro, il bus si fermò
ancora ad un
ennesimo posto di blocco. Stranamente nessuno si mosse, ma il
bigliettaio gridò
a Rico e Pablo di scendere. Pablo si allarmò
di colpo. "Rico, il tipo ce
l’ha con
noi. Rico! Reagisci, cazzo! Vedi che cosa vuole da noi." Rico
si tirò su, scazzatissimo
e rintronato da far paura. "Vogliono assicurarsi
che
non siamo due spie o due giornalisti. Andiamo a vedere. Lascia parlare
me." e saltò giù dalla sua finestra come un
gatto, azzoppandosi malamente alla
caviglia ma senza darlo a vedere. Lo sbirro parlava Inglese
correttamente. Fece qualche domanda di prammatica a Rico, che rispose
anche per
Pablo. Guardò distrattamente i passaporti e
augurò loro buon viaggio. "Controllati dagli
sbirri come
ai vecchi tempi, eh? Anche qui." commentò Rico con un
sorriso tornando
verso il bus. "Certo. E sempre per
colpa
della tua faccia da tossico. Dovresti guardarti allo specchio,
ora, amico
mio." ribattè Pablo. "Io sono bello dentro,
nello spirito. E già che ci hanno fatto scendere, faccio
anche una pisciata." "Ma dài, che
aspettano
solo noi…" disse Pablo, sorridendo al conducente che
aspettava impaziente
di poter ripartire. Alle prime luci
dell’alba la
temperatura si alzò di qualche grado. La notte era finita e
con essa la parte
peggiore del viaggio. Lo sbirro aveva detto che sarebbero arrivati a
Taungok
verso le nove di mattina, quindi non mancava ancora molto. Pablo
potè dare un’occhiata al
paesaggio che gli era stato nascosto per tutta la notte. La catena
montuosa che
separava il Rakhaing dal resto del paese era oramai passata; ora
apparivano solo
colline basse, ammantate di una coltre di foresta fitta, verdissima,
pressochè
impenetrabile e probabilmente spopolata. Si vedeva solo un costante
groviglio
di rovi, liane, alberi, edere e rampicanti di tutti i tipi cresciuti
assieme e
malamente. Tale muro vegetale, che seguiva fedelmente il lato destro
della
strada, non era però esotico come si sarebbe aspettato.
Stranamente, gli venne
da pensare a una zona di sterpaglia urbana dietro a casa sua, vicino ai
cancelli del porto: un pezzo di terra lasciato a se stesso, pieno di
piante
spinose e cespugli, uniti in un groviglio scomposto divenuto
impenetrabile,
dove qualcuno buttava via vecchie carabattole o i telai dei motorini
rubati.
Quelli erano i luoghi dove lui e Rico si nascondevano a fumare e a
parlare, in
quei freddi e squallidi pomeriggi invernali da disoccupati, pieni di
rabbia,
noia e senza soldi in tasca. Guardò Rico: alla luce del
primo sole, sembrava invecchiato
di dieci anni. "Rico, che
malmesso che sei." gli
disse piano. "Davvero? In effetti, mi
sento uno schifo d’uomo." "Lo sei. Notte dura,
eh?" "Dura davvero. Ma ormai
è
passata. L’incubo è finito. Siamo in Rakhaing,
ormai. I monti sono finiti, ora
corriamo in discesa. Non vedo l’ora di vedere
l’oceano. Appena arriviamo a
Ngapali, mi voglio buttare in spiaggia, per lavare via col sale la
sporcizia di
questo viaggio. Ma non senti puzza di gomma bruciata?" disse
Rico. "Sta
bruciando i freni…no,
no, è proprio la gomma. È la gomma di
là, quella sotto di te. Credo che ora che
siamo in discesa, a ogni curva a sinistra il parafango tocchi il
copertone. È
troppo carico sul retro e quindi tocca. L’attrito la sta
bruciando. Che puzza…ehi,
quante volte dici che ci siamo fermati stanotte?" "Sette,
otto volte…e se
continua così ci fermeremo ancora un volta a cambiare la
ruota…sempre che ne abbiano
una di scorta." commentò stancamente Rico, tirando fuori
dalla tasca il krama
e avvolgendoselo attorno al viso. La puzza di gomma fusa stava
diventando
intollerabile e Pablo lo imitò usando il suo fazzoletto. "Però,
se ci pensi, tutte le
pause sono servite a rendere il viaggio sopportabile. Pensa a queste
tredici
ore di bus con una sosta ogni quattro ore. Avremmo patito molto di
più. Ci
avrebbero amputato le gambe, oramai atrofizzate." ridacchiò
Rico. "Sì,
è vero. I guasti, i
posti di blocco, il tipo che riparava tutto a mani nude, senza
attrezzi…tutto
ha contribuito a renderlo più vivibile." "Stanotte
ogni guasto è
stato normale, non un’eccezione o un’imprevisto
come pensiamo noi. Ogni volta
che questo piccolo bus verde parte per il Rakhaing, si ferma otto, nove
volte a
causa di questi guasti, che sono una componente essenziale del viaggio
stesso.
Qui si viaggia così, fermandosi ogni ora per
un’ora a mettere a posto gli
stessi problemi, che riappaiono costantemente. Lo scopo è
sempre stato quello
di continuare fino al cedimento successivo, per poi ricominciare
daccapo. Ripetendo
il tutto, si arriva, prima
o poi. L’obiettivo è arrivare, non: a che
ora arrivare. Questa è la grande
differenza tra un viaggio e un’avventura. Uno è
uno spostamento entro
linee-guida, magari duro, in posti impervi, ma con orari di partenza e
di
arrivo, magari laschi, ma sempre presenti a rassicurare la gente.
Questo, il
nostro, è stato diverso, è
un’avv…" D’improvviso
il bus strattonò come se qualcosa lo tenesse agganciato sul
retro,
tendendosi fino a scricchiolare; poi si raddrizzò e
ritornò a scendere con brio
per le ultime colline del Rakhaing. Alla curva successiva, si
incagliò di
nuovo, come se fosse stato preso all’amo sul retro. Pablo e
Rico si guardarono l’un
l’altro, ammutoliti di colpo. Rico capì: la ruota
posteriore destra, proprio
sotto di lui, stava frenando l’intero peso del bus in
discesa; un nanosecondo
dopo sentì uno schianto secco e vide la ruota fumante,
ancora attaccata al
semiasse, rotolare veloce e quasi parallela al bus verso i cespugli. "Pablo!
Abbiamo perso la
ruota!" gridò Rico, scuotendolo per la manica. Pablo
fece appena in tempo a
vedere la ruota saltellare a fianco del bus e sparire in un cespuglio
di rovi,
giù per la collina. Il bus continuò senza
rallentare per alcuni secondi, poi
iniziò a inclinarsi dolcemente dal lato di Rico. "Oh,
cazzo! Ci
capottiamo!" Rico si buttò tutto a sinistra su Pablo, che lo
afferrò per
un braccio. Si guardarono e attesero, abbracciati come due amanti. Un
attimo
dopo un fragore di ferraglia esplose simultaneamente alle urla dei
passeggeri e
il bus si arenò pesantemente graffiando l’asfalto,
inclinato paurosamente sul
lato destro. La montagna di merci torreggiante alle spalle di Rico e
Pablo
ondeggiò minacciosamente, i sacchi vacillarono ma tutto
restò a posto. "Rico! Dio bono! Ha perso
la ruota! È assurdo! Questo viaggio è tutto
un’assurdità! Ah ah ah!" sghignazzò
Pablo. "Scendiamo,
dài!" disse
Rico saltando giù dalla finestra. Fu il primo ad osservare
l’accaduto: il semiasse
era troncato a metà e sanguinava un puzzolente olio nero.
Rico e Pablo sghignazzavano
istericamente, come è normale dopo un grosso spavento. Gli
altri passeggeri
arrivavano ad ammirare il danno, più incuriositi che
allarmati, in quanto non
avevano assistito a tutto l’incidente da vicino. O forse
perchè succedeva
spesso che le corriere perdessero le ruote. "Non solo
l’idiota è riuscito a
perdere la ruota, il che è già un gran bel
risultato, ma è anche volata giù
dalla montagna! Ah ah ah! E ora dovrà andare a cercarla tra
le spine! Ah ah ah!
Che sfigato!" rideva Rico piegato in due. "Adesso voglio
vedere come
risolverà questo problema! Col solito cacciavite e la
striscia di gomma?"
ribattè Pablo, non meno eccitato. "Facciamo una
foto di questo
momento mitico." suggerì Rico, estraendo la sua vecchia
Pentax. "Questa la devo
raccontare
alla tua mamma e dirle in che posti mi porti e con che autobus del
cazzo, che perdono
le ruote in corsa. A dire il vero, mi aveva avvisato di stare attento a
viaggiare con te."
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